-Oggi, lunedì 22 giugno, va in scena a Roma il gran teatro dell’Assemblea Federale Elettiva per la presidenza della FIGC. Urne aperte dalle ore 8:00 per un sistema di voto ponderato che esprime 516 preferenze totali, diviso tra le varie componenti (Lega Dilettanti, Calciatori, Lega Pro, Serie A e Assoallenatori). Per l’elezione ai primi due scrutini serve la metà più uno dei voti, prima di passare all’eventuale maggioranza relativa del terzo turno. Fin qui la cronaca fredda, i numeri e i formalismi di un palazzo che prova a rifarsi il trucco dopo le dimissioni di Gabriele Gravina.
-Ma dietro i paraventi burocratici e l’ombra di ineleggibilità legata al pantouflage che pende sul candidato favorito Giovanni Malagò (l’art. 53 del Dlgs 165/2001 imporrebbe uno stop di tre anni dopo la guida del Coni, e invece ne è passato solo uno), la verità politica è un’altra. Ed è una verità che porta un nome e un cognome ben precisi: Giuseppe Marotta.
-La candidatura di Malagò, spinta e blindata in prima persona dal presidente dell’Inter e dominatore della Lega Serie A, non è una scelta di rinnovamento, tutt’altro. È una mossa strategica di pura conservazione. Scegliere Malagò significa blindare il sistema attuale e mettere sotto protezione la “cricca” blindata che da anni gestisce le stanze dei bottoni e i corridoi della giustizia sportiva.
-L’obiettivo reale di questa regia non così occulta è garantire l’intoccabilità dei fedelissimi del sistema di potere nerazzurro: figure chiave come l’avvocato Giancarlo Viglione, potentissimo capo dell’ufficio legislativo della FIGC e vero “ghostwriter” delle norme federali, e lo stratega organizzativo d’area interista come Alberto Butti. Uomini piazzati nei posti che contano per far sì che la macchina continui a girare sempre nella stessa identica direzione, proteggendo gli interessi del club milanese e neutralizzando qualsiasi minaccia o inchiesta scomoda all’origine.
-Mentre l’altro candidato Giancarlo Abete osserva sullo sfondo a risultati già scritti, i giochi di potere a Roma si consumano sotto la luce del sole. Quella di oggi non è un’elezione democratica per il bene del calcio italiano, ma la ratifica di un vero e proprio “patto di sindacato” volto a blindare lo status quo. Cambiano i prestanome sulla poltrona più alta, ma la cabina di regia resta saldamente a Milano. E il sistema ringrazia.
Francesco Gela https://www.facebook.com/share/1B7dG5cR3A/
