Jonathan David e il gol al Napoli come evento cosmico. I pianeti si riallineano, la fiducia rifiorisce, la stagione cambia direzione e – soprattutto – certa stampa può finalmente uscire dal bunker. Perché l’attesa era lunga, estenuante: mesi passati a spiegare che non era il momento di giudicare, che bisognava proteggere, capire, accompagnare. Poi arriva un gol e via, tutti in piedi a battere le mani. Fine del processo, assoluzione piena, magari anche con le scuse ufficiali. Il dettaglio curioso è che, nel frattempo, il tempo è passato davvero. Da agosto a gennaio non è un intermezzo narrativo: sono quasi sei mesi di nulla condito con niente. Sei mesi alla Juventus, che non è una clinica per il recupero dell’autostima ma un posto dove, storicamente, si viene giudicati per ciò che si fa in campo. E Jonathan David non è un bambino spaesato: è il secondo giocatore più pagato della rosa. Un particolare che nella narrazione pro-David viene trattato come una nota a piè di pagina, quando invece dovrebbe essere il titolo. Il meccanismo è ormai raffinato. Quando David gioca male, scatta la tutela preventiva: non critichiamolo, non mettiamogli pressione, poverino. Quando gioca discretamente, ecco il pentimento collettivo: forse siamo stati ingiusti, forse non lo abbiamo capito. In mezzo, il campo. Che però è un elemento secondario, quasi disturbante, rispetto al racconto. Poi ci sono le ricostruzioni creative, che meritano una menzione speciale. Non voleva la Serie A. Anzi no, era promesso alla Juve già in primavera. C’erano solo i tempi tecnici. Versioni che si aggiornano come le app, sempre compatibili con l’ultima prestazione. Le previsioni sbagliate non diventano errori, diventano “sfortuna”. Una forma di autoassoluzione narrativa davvero ammirevole. Certo, il rigore di Parma. Certo, il gol al Napoli. Certo, Spalletti che gli è stato vicino. Tutto giusto. Ma scambiare questi segnali per una svolta strutturale è come dichiarare finita l’influenza dopo aver starnutito una volta di meno. Anche perché, mentre si celebra la rinascita emotiva, resta un fatto tecnico piuttosto fastidioso: l’allenatore cerca un attaccante con caratteristiche diverse. Ma questo dettaglio rovina la favola, quindi meglio sorvolare. E poi c’è Kelly. Qui siamo alla sparizione selettiva. Da tre o quattro mesi è stabilmente uno dei migliori in campo. Non alterna crisi esistenziali a resurrezioni mediatiche, gioca e basta. Risultato: non se ne parla. Zero. Come se la continuità fosse una colpa e non un merito. Evidentemente non rientra nella sceneggiatura: nessun arco narrativo, nessun dramma, nessuna redenzione. Quindi non esiste. Questo non è proteggere un giocatore, è adottarlo editorialmente. È decidere che uno va difeso a prescindere e raccontato sempre, mentre gli altri restano sullo sfondo, anche quando rendono di più. Il paradosso è che Jonathan David non avrebbe bisogno di tutto questo. È grande, è vaccinato, è un professionista strapagato. Non ha bisogno di avvocati, soprattutto di quelli che si presentano solo dopo un gol e spariscono nei momenti difficili. Alla Juventus il giudizio non è una cattiveria, è una condizione ambientale. Se uno ha bisogno di sentirsi dire bravo anche quando il campo racconta altro, forse ha sbagliato posto. O forse, più semplicemente, ha intorno chi confonde il racconto con la realtà. E che, nel tentativo di proteggerlo, finisce per fare una figura peggiore di quella che vorrebbe evitare.
