RASPADORI, UNA MAZZATA PER LA ROMA

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Giacomo Raspadori ha scelto di prendersela comoda. Ha aspettato, ha annusato l’aria, ha valutato gli umori, e alla fine ha imboccato la strada che portava a Bergamo. È legittimo, per carità. Il problema non è la sua libertà di scelta, ma il tempo sottratto agli altri mentre la scelta maturava. La responsabilità non è dell’attaccante, ma di chi, dall’altra parte del tavolo, ha accettato di farsi tenere in sospeso per settimane come una chiamata in attesa. Qui mi sento molto più vicino alla linea Lotito: non basta dover investire cifre importanti, bisogna anche stare fermi ad aspettare che qualcuno “si convinca”? Il mercato non è un percorso di crescita personale. Evito paragoni sacrileghi – non serve tirare in ballo Maradona per capire l’assurdità della situazione – ma resta difficile spiegarsi perché la Roma non abbia chiuso il discorso in pochi giorni. Vuoi venire? Bene. Non vuoi? Amen, si stringono le mani e ognuno prosegue per la propria rotta. Il resto è un inutile teatro dell’attesa che logora chi lo subisce, non chi lo recita. È comprensibile che Raspadori non vedesse di buon occhio l’idea di lasciare l’Atletico Madrid con l’etichetta del fallimento addosso. Ma il vero fallimento sarebbe stato restare lì, accettando il ruolo di comparsa di lusso, qualche spezzone e tanta panchina. E infatti, a un certo punto, ha cambiato idea. Che dietro le quinte si siano mossi altri club – il Napoli su tutti, magari per sbloccare un’uscita come quella di Lucca in un mercato da saldo zero – è una dinamica che non sorprende nessuno. Ma anche questo scenario meritava una riflessione più onesta: tornare a Napoli dopo essere andato via per mancanza di spazio, ripresentandosi con poche presenze nelle gambe, sarebbe stato il capolavoro dell’inconcludenza. Il colmo dei colmi, appunto. Resto convinto che chi tutela Raspadori abbia mancato di rispetto alla Roma. Sarebbe bastata una risposta rapida, netta, definitiva. Invece si è preferito un balletto mediatico prolungato, a tratti imbarazzante, che ha dato l’impressione di una trattativa usata come sala d’attesa. A Trigoria hanno fatto bene a prenderne atto e a cambiare spartito. Virare su altri obiettivi non è una resa, ma una scelta di dignità. Malen è un attaccante vero, funzionale al calcio di Gasperini; investire su un talento come Robinio Vaz ha senso, purché non diventi un manifesto più che un progetto. Un allenatore ha bisogno di giocatori pronti, per poter far crescere i giovani senza bruciarli sotto i riflettori. L’Atalanta ha convinto Raspadori in 10 minuti: circa 25 milioni cash, niente clausole-trappola, la certezza di non tornare a Madrid a giugno e un contratto lungo, cinque anni, firmato con la famiglia Percassi. Chiarezza, finalmente. Con Palladino può davvero decollare, a patto che questa sia la svolta definitiva e non l’ennesima tappa da pacco postale. Anche perché il nodo irrisolto della sua carriera resta sempre lo stesso: che cos’è davvero Raspadori? Punta centrale o attaccante esterno? Senza una risposta chiara, il rischio è di restare perennemente “adattabile”, che nel calcio moderno è spesso un altro modo per dire sacrificabile. Vale nello sport come nella vita: se fai il ragioniere, non puoi comportarti da ingegnere. E viceversa. Per il bene tuo e di chi continua a credere in te.

Attenzione anche alla questione Lookman. L’Atalanta ha giocato d’anticipo anche per prevenire eventuali malumori al rientro dalla Coppa d’Africa, che il nigeriano sogna di alzare al cielo insieme all’amico-nemico Osimhen. La Dea parte da una valutazione non inferiore ai 25 milioni e preferirebbe rimandare ogni discorso alla prossima estate, nonostante un contratto non lunghissimo (scadenza 2027). Ma il mercato, si sa, è meno sentimentale di quanto si voglia far credere: davanti a un’offerta seria, soprattutto se accompagnata da contanti veri – e il discorso vale ancora di più per i club turchi – nessuno verrebbe rimandato indietro per principio.

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