Non è una questione di colori. L’Inter oggi, il Napoli domani, tra una settimana qualcun altro. Chi continua a parlare di favoritismi come se fosse un dramma di Serie B probabilmente non ha mai visto una partita senza occhiali rosa. Non è il colore a decidere. È il sistema. E quel sistema, cari amici, è ridicolo, imbarazzante e tremendamente arrogante. Antonio Conte non ha ragione. Ha ragionissima. Urlare contro questa classe arbitrale non è sceneggiata: è l’unico modo di difendere ciò che resta di un campionato che, sempre più spesso, non è deciso sul campo, ma davanti a uno schermo. Una volta gli arbitri correvano, sudavano, cercavano di stare al passo con i giocatori. Oggi no. Oggi sono seduti dietro una scrivania, davanti a un monitor, esercitando un potere che non meritano e che non saprebbero usare in campo nemmeno se gli regalassero venti anni di esperienza in più. Ricordate quando ci hanno detto che il VAR avrebbe portato giustizia? Era una promessa. La realtà è che abbiamo costruito un boomerang tecnologico e lo abbiamo affidato a incapaci. Tre arbitri mediocri sul campo erano fastidiosi ma prevedibili. Tre arbitri dietro un monitor sono una minaccia costante: congelano la partita, rivedono tre fotogrammi, discutono cinque minuti e alla fine decidono chi deve vincere senza che nessuno glielo abbia chiesto. E allora Conte ha ragione. Non perché abbia “ragione tecnica”, ma perché ha il coraggio di urlare al sistema ciò che tutti pensano. Questa classe arbitrale non capisce che i campionati li decidono i giocatori, il campo, le strategie, le azioni. Non un replay rallentato da Lissone interpretato come il Vangelo. Non uno che alza la bandierina senza sapere perché. Non è Inter-Napoli il problema. Non è l’Inter che sbaglia, né il Napoli che protesta. È la catena di incompetenza che permette a chi non sa nulla di decidere per tutti. Doveri, Rocchi, designatori vari: più che arbitri, sembrano opinionisti in libertà creativa. Una settimana un contatto è rigore, la settimana dopo non lo è. Se volete capire quanto siamo caduti in basso, leggete le dichiarazioni di Rocchi sui “pestoni sui piedi”: sembra un manuale di interpretazione basato su umore e fantascienza. E a Milano quel rigore? Non era rigore. Punto. Non lo è mai stato, e non lo sarà mai. Né per il Milan, né per l’Inter, né per la Juventus, né per il Sassuolo, né per il Pisa. Non è una questione di regolamento, né di interpretazione. È questione di logica elementare: un pestone a palla già lontana non può decidere un campionato. E il fatto che oggi possa, è un insulto allo sport, ai giocatori, agli allenatori e a chi ha pagato il biglietto per vedere calcio vero. Se il Napoli non avesse avuto Conte, con la sua personalità e la capacità di sopportare questa farsa, il campionato sarebbe stato archiviato nell’ufficio di qualche designatore creativo e non sul campo. Questo è il vero scandalo. Non è Inter-Napoli, non è il colore della maglia. È la classe arbitrale e il sistema che la protegge. Eppure, la partita era splendida. L’Inter domina fino all’1-1, il Napoli reagisce quando sarebbe dovuto essere sotto di due gol, il gioco è intenso, spettacolare, emozionante. Ma il racconto del campo viene subito oscurato dai soliti teatrini: rigori inesistenti, urla, proteste. È sempre così: quando chi dovrebbe giudicare non capisce nulla, la storia della partita scompare dietro un muro di errori e farsa. Guardando la Coppa d’Africa, vien da sorridere amaramente. Nei nostri stadi, con i nostri arbitri, con la nostra gestione del VAR, il “terzo mondo del calcio” non è là fuori. È qui. Noi siamo il terzo mondo. Mentre il calcio africano corre, crea e decide sul campo, noi discutiamo su un contatto che non c’è mai stato. Rassegniamoci e rassegnatevi: il nostro calcio oggi è in mano a fannulloni arroganti che credono di fare il loro dovere, ma in realtà distruggono lo sport più bello del mondo. Un sistema che non premia chi lavora sul campo, ma chi sa manipolare regolamenti, tabelle, designazioni e tecnologia. E mentre Conte urla “Vergognatevi”, il resto sorride come se nulla fosse, come se fosse normale che un rigore inventato possa cambiare la storia di un campionato. Conte ha ragione, quindi. Non perché è un martello, ma perché è l’unico che chiama le cose con il loro nome. Tutti gli altri sono solo rumore di fondo, applausi ipocriti, spiegazioni da bar e farsa istituzionalizzata. Il calcio italiano, così come è strutturato oggi, sopravvive non grazie al sistema, ma nonostante il sistema. E alla fine, grazie a Inter e Napoli. Perché loro hanno fatto il loro dovere: giocare a calcio. Il resto? Teatro, farsa, boomerang tecnologico e incompetenza con arroganza. Il calcio italiano ha bisogno di una rivoluzione, o rischia di diventare uno spettacolo in cui nessuno osa più tifare senza vergogna per chi decide tutto senza sapere nulla.
