C’è un fatto che chiunque segua il calcio italiano con un minimo di onestà intellettuale è costretto ad ammettere, anche a denti stretti: non tutte le società vengono giudicate allo stesso modo. Alcune finiscono sotto la lente con un rigore quasi notarile, altre attraversano interi decenni di operazioni controverse, contestate, al limite della sostenibilità, senza che da quelle stesse istituzioni arrivi mai una vera sanzione sportiva. L’Inter appartiene, senza più possibilità di equivoci, a questo secondo gruppo.
Non si parla di reati accertati, né di condanne definitive. Sarebbe troppo semplice e anche scorretto. Qui si parla di fatti documentati, di indagini aperte e poi archiviate, di pratiche sistematiche finite sotto osservazione, di operazioni che in altri contesti hanno prodotto penalizzazioni pesantissime e che invece, quando hanno riguardato l’Inter, si sono dissolte in un nulla giudiziario fatto di silenzi, rinvii e interpretazioni favorevoli.
Il caso delle plusvalenze è emblematico, quasi paradigmatico. Tra il 2017 e il 2021 l’Inter fa un uso intensivo del player trading, in particolare su calciatori giovani o con impatto sportivo marginale, attraverso valutazioni elevate e operazioni incrociate che gonfiano i bilanci senza incidere realmente sul campo. I nomi sono noti e ricorrenti, le dinamiche sempre le stesse. Quando nel 2021 la Procura FIGC apre un fascicolo sulle plusvalenze che coinvolge diversi club, l’Inter è dentro. L’esito, però, è l’archiviazione, motivata dall’ormai celebre assenza di criteri oggettivi univoci per la valutazione dei calciatori.
Tradotto dal linguaggio giuridico: le operazioni non sono sanzionate non perché siano corrette, ma perché il sistema consente di farle. Lo stesso sistema che, con l’emersione di intercettazioni e documenti interni, porterà nel 2023 alla penalizzazione della Juventus. Stesso periodo storico, stesse pratiche, stesso meccanismo. Esiti radicalmente opposti. Non perché qualcuno fosse più virtuoso di altri, ma perché nel diritto sportivo italiano, senza una prova soggettiva interna, tutto resta impunibile. E se quella prova non emerge, il procedimento muore prima ancora di diventare scomodo. Poi ci sono i debiti verso l’erario e gli enti previdenziali. Nel bilancio 2025 dell’Inter figurano oltre 55 milioni di euro di debiti tributari e contributivi. Negli anni precedenti, la gestione è stata caratterizzata da un ricorso sistematico a rateizzazioni, differimenti e pagamenti effettuati sempre a ridosso delle scadenze federali. Tutto formalmente consentito, certo. Ma chiunque conosca il diritto sportivo sa che la sostenibilità non è una questione di cavilli, bensì di continuità e solidità. E qui il confronto diventa inevitabile e imbarazzante: club come Chievo, Parma, Catania o Brescia sono stati sanzionati o addirittura esclusi per ritardi e squilibri spesso di entità molto inferiore. La differenza? L’Inter arriva sempre appena in tempo. E nel calcio italiano arrivare sempre sul filo non è una virtù, è una strategia.
C’è poi la questione di Inter Media and Communication, la società in cui dal 2018 confluiscono i ricavi da media e sponsorizzazioni. Quei flussi, fondamentali per la gestione sportiva secondo i principi UEFA, vengono invece vincolati e utilizzati come garanzia per i bond. La struttura protegge i creditori finanziari ma espone la società sportiva, che di fatto viene svuotata delle sue entrate più pregiate. Formalmente lecito, ancora una volta. Sostanzialmente devastante per l’equilibrio del club. Eppure nessuna censura, nessuna osservazione, nessuna sanzione. Il capitolo della proprietà e della finanza a monte completa il quadro. Nel 2021 Suning ottiene da Oaktree un prestito da 275 milioni di euro garantito dalle quote dell’Inter, con tassi elevati e scadenze ravvicinate. Nel 2024 il prestito non viene rimborsato, la garanzia viene escussa e il controllo del club passa al fondo. Un’operazione finanziariamente aggressiva, che tiene in vita la società a debito. In altri casi, per molto meno, la FIGC ha parlato apertamente di mancanza di continuità aziendale. Qui no. Anche questo, archiviato nel silenzio. Infine, il tema degli stipendi durante il periodo Covid, con accordi di rinuncia annunciati pubblicamente e successivi rimborsi differiti, comunicati in modo parziale. Pratiche finite sotto indagine in altri club e trasformate in capi d’accusa. Per l’Inter, ancora una volta, nessuna contestazione rilevante, nessuna istruttoria fino in fondo, nessun deferimento.
Ed è proprio questa la costante più inquietante: l’Inter non arriva mai fino in fondo a un procedimento. Archiviazioni, prescrizioni, mancanza di prove soggettive, interpretazioni sempre favorevoli. Sempre. Per anni. Non è un caso isolato, è un sistema che funziona così. Non serve gridare allo scandalo, basta osservare: stesse pratiche producono esiti diversi, stessi numeri portano a sanzioni selettive, stessi strumenti vengono tollerati o colpiti a seconda del soggetto che li utilizza. L’Inter non è intoccabile, è semplicemente perfettamente adattata a un sistema che punisce male, tardi e soprattutto non allo stesso modo per tutti. Finché il calcio italiano continuerà a confondere la legalità con la mera formalità, la regolarità con l’opportunità e il controllo con l’indulgenza, ci sarà sempre qualcuno pronto a dire che “non è successo nulla”. I fatti, però, restano. E fanno molto più rumore del silenzio che da anni li circonda.
