Qui non siamo più davanti a una giustizia sportiva discutibile. Qui siamo davanti a una farsa sistemica, reiterata, arrogante, che da anni calpesta l’idea stessa di equità e la sostituisce con un teatrino grottesco, buono solo a rassicurare chi da lustri vive sotto una campana di vetro.
Questa è la giustizia sportiva che si sceglie i colpevoli prima dei fatti, che decide le sentenze prima ancora delle indagini, che costruisce verità processuali a uso e consumo del clima mediatico. È la giustizia delle prescrizioni scientificamente pianificate, dei patteggiamenti scritti a tavolino, delle penalizzazioni “educative” inflitte non in base alla gravità delle condotte ma all’utilità del bersaglio.
È una giustizia vigliacca, perché colpisce forte solo quando sa di poterlo fare senza conseguenze. È una giustizia codarda, perché tace quando dovrebbe parlare e parla quando dovrebbe tacere. È una giustizia schierata, che da sempre distingue tra società “intoccabili” e società sacrificabili.
È la stessa giustizia che ha partorito la più grande porcata epocale del calcio italiano, un processo costruito sul sentimento popolare, sul bisogno di offrire una testa al pubblico ludibrio, sull’urgenza di salvare un sistema marcio fingendo di ripulirlo. Una giustizia che ha chiuso entrambi gli occhi davanti a un passaporto falso, salvando una società dalla retrocessione, mentre altrove si brandiva il codice come una clava.
È la giustizia delle scommesse punite a intermittenza, delle sentenze che arrivano quando il campionato va “aggiustato”, delle indagini che partono o si fermano a seconda dei colori sociali coinvolti. È quella che non apre un fascicolo su dichiarazioni gravissime di un ex membro Covisoc, ma si precipita a colpire quando l’imputato è mediaticamente spendibile.
È la giustizia dei documenti bruciati, delle prove evaporate, delle fatture elettroniche corrette a penna come in una barzelletta, degli arbitri chiusi negli spogliatoi come in una favola tossica raccontata ai bambini per farli dormire. È la giustizia che spaccia un foglio A4 per un libro nero, che inventa intercettazioni per incastrare un presidente a Torino, mentre a Milano si distribuiscono buffetti morali per rapporti indegni tra tesserati e criminalità organizzata in curva.
È una giustizia inermi davanti agli ultras, quando non addirittura condizionata, ricattabile, succube. Una giustizia che condanna dirigenti per non aver commesso il fatto, superando ogni confine del diritto e della decenza.
Questa non è giustizia sportiva.
È abuso di potere, è giustizia a orologeria, è vendetta travestita da diritto.
È un sistema che non cerca la verità, ma la vittima giusta.
E sì, ha nomi e cognomi.
Si chiama giustizia sportiva di Gravina e Chinè.
Finché questo meccanismo resterà in piedi, il calcio italiano non sarà mai credibile. Non sarà mai pulito. Non sarà mai giusto. Sarà solo un palcoscenico dove le sentenze si recitano e la legalità è un copione scritto da chi non deve mai pagare.
