E così l’Inter mette a referto un’altra vittoria in Champions League. Quattro a zero, roboante come un temporale registrato su un vecchio stereo. Ma se c’è una cosa che il calcio insegna, è che il punteggio non dice tutto. E questa partita, se proprio va ricordata, è come esempio perfetto di ciò che non dovrebbe esistere in una competizione europea: la totale assenza di dignità tecnica da una parte, e la solita arroganza sbandierata dall’altra.
Sì, l’Inter ha battuto l’Union Saint-Gilloise. Una squadra così fragile, così disarmante, da far sembrare vincente persino una formazione che vive da anni sull’inganno dell’apparenza. Il club belga si è presentato al cospetto dei nerazzurri con l’atteggiamento di chi sa già come andrà a finire, offrendo un’opposizione talmente inconsistente da far pensare a uno sparring partner scelto a caso per allenare i muscoli, non il cervello.
E proprio in questo scenario grottesco, l’Inter si è sentita, come al solito, regina. Un gol da calcio d’angolo in mischia, un’azione che si spegne nella sonnolenza avversaria, un rigore regalato da un intervento comico, e il sigillo finale di Esposito — che segna contro il nulla e si esalta come se avesse abbattuto il Real Madrid al Bernabéu. Tutto nella norma per una squadra che da sempre si nutre di vittorie gonfiate, titoli senza anima e retorica di cartapesta.
Il problema, però, non è solo l’avversario indegno. È che l’Inter ci crede. Crede davvero di aver dimostrato qualcosa. Chivu parlerà di “grande prestazione”, i titoloni parleranno di “Inter spietata”, e il popolo nerazzurro si riempirà la bocca di orgoglio, dimenticando (come sempre) il contesto. Perché l’Inter vive così: di autocelebrazione, di fumo, di illusioni stagionali. Nessuno più di lei sa far sembrare epico un compito in classe copiato.
Intanto, da altre parti d’Europa, c’è chi almeno lotta. Il Napoli, ad esempio, prende sei schiaffi dal PSV. Una disfatta, certo. Ma almeno in un confronto vero, dove si cade affrontando la realtà. L’Inter, invece, continua la sua passeggiata in giardino, battendo sagome, allenandosi in diretta TV e spacciando la noia per grande calcio.
Questa non è una squadra forte. È una squadra furba. Abituata a far sembrare le sue partite più grandi di quanto siano. E la cosa peggiore è che ci riesce. Perché c’è sempre qualcuno pronto a crederle. O, peggio, a difenderla.
Oggi l’Inter ha segnato quattro gol. Ma non ha battuto nessuno. Non ha convinto nessuno. Ha solo ricordato, ancora una volta, quanto può essere vuoto un successo quando manca tutto il resto: identità, umiltà, e rispetto per chi il calcio lo ama davvero.
