MAZZOLA SUL DOPING – Simbolo di una grande Inter e figlio d’arte di uno dei più grandi attaccanti italiani di tutti i tempi (Valentino Mazzola, attaccante del Grande Torino), Sandro Mazzola è riuscito, nei suoi 17 anni in nerazzurro, a calcare le orme del padre.Con la maglia dell’Inter, Sandro è riuscito nell’impresa di vincere ben due Coppe dei Campioni consecutive, mentre con il tricolore in petto portò a casa l’unico Campionato Europeo della nostra storia ed uno sfortunato secondo posto ai Mondiali del ’70.In un intervista rilasciata al Corriere dello Sport, Mazzola si racconta in lungo ed in largo, non disdegnando particolari scottanti, come quelli del presunto utilizzo di sostanze dopanti: “Avevo sempre mal di testa. Andai da un medico che, dopo avermi sottoposto ad alcune analisi, voleva che mi fermassi sei mesi. Mi disse che avevo problemi grossi. Herrera però non voleva e continuai a giocare. Ricordo che prima di ogni partita ci davano un caffè, non ho mai chiesto cosa ci fosse dentro ma sono sicuro che c’era qualcosa di strano.”Restando in tema, Mazzola racconta anche del guru Herrera: “Ci faceva lavorare tantissimo, anche il lunedì. E quei ritiri poi. Ricordo che la dieta la preparava lui, non il medico. Prima di ogni partita voleva farci mangiare una fettina ai ferri, alle dieci del mattino. Non ci riuscivo proprio. Mi ero messo d’accordo con un panettiere e, per reggermi in campo, mangiavo tre panini all’oscuro del mister.”L’ex centrocampista continua con i ricordi: “Il momento più bello della mia carriera all’Inter è quando vincemmo la prima Coppa dei Campioni contro Real Madrid. Il più brutto fù nel ’67 quando, in una settimana, perdemmo sia Coppa dei Campioni che Campionato.”Poi i ricordi di quella Nazionale e della famosa staffetta con Gianni Rivera: “Ancora non mi capacito come nel ’67 perdemmo contro la Corea. Quel gol ci mandò in tilt. Era una Nazionale molto forte e Fabbri era un ottimo allenatore. Ma c’erano dissidi interni, quelli di Inter e Milan non si parlavano. Gianni? In realtà inizialmente eravamo in buoni rapporti, poi con la staffetta venne tutto meno. Inizialmente ero favorevole, arrivavo da un infortunio e non riuscivo a scattare come volevo. Quando fu fatta contro la Germania non ero favorevole. Negli spogliatoi gettai gli scarpini nella borsa dicendo parole poco signorili. Ancora oggi sono arrabbiato per non aver finito quella partita.”Poi arrivò il Brasile e quel 4-1 in finale: “Sbagliammo proprio l’approccio alla gara. Loro giocavano con cinque numeri dieci, noi non potevamo neanche pensare di inserire Mazzola e Rivera insieme, assurdo. Inoltre eravamo stanchi per la partita contro la Germania. Anche se perdemmo, quella competizione mostrò il livello dell’Italia, da sempre screditata all’estero.”Infine il suo terzo Mondiale, Germania ’74, dove gli Azzurri uscirono al primo turno: “Quella Nazionale era un casino, divisa tra Nord e Sud. Io però disputai un buon Mondiale. I giornali esteri, sebbene uscimmo al primo turno, mi inserirono nella squadra ideale.”
Mazzola conclude con il suo undici ideale: “Ghezzi, Burgnich, Jack Charlton, Picchi, Facchetti; Beckenbauer, Rivera , Pelè; van Basten, Cruyff, Messi. Allenatore, ovviamente, Helenio Herrera.”
